venerdì 27 novembre 2015

Stivali: Cuissardes mania!


Possiamo dirlo: l'inverno è arrivato e con lui anche gli stivali. Corti, alti o altissimi, ce ne sono per tutti i gusti, ma l'inverno 2015/2016 preferisce i cosiddetti Cuissardes: quelli con il gambale lungo che copre anche parte della coscia. Sono comodi e adatti all'inverno proprio perché tengono caldo, ma possono anche allungare otticamente le gambe...solo se si è già snelle. Così ci si sbizzarrisce tra modelli che sfiorano più o meno le ginocchia, attillati o morbidi, dal tacco alto, medio o basso, pratici o in tiro: la voglia è sempre quella di sentirsi belle e slanciate. Le più importanti passerelle ce ne propongono diversi tipi. Moschino propone stivali lunghi trapuntati con nappe ciondolanti, catene e logo dorato; Versace in vernice e pelle scamosciata; Scervino un morbido suède color avorio e Dior in vinile colorato per il gambale e plexiglas trasparente per il tacco. E poi la preziosità di Alberta Ferretti, in velluto interamente ricamati con disegni damascati oppure ricoperti di borchie, decori metallici e tacco a stiletto. Ma come abbinarli? Si indossano con minigonne e cappottino per un look anni'60 o sui jeans aderentissimi per uno stile rock. Di giorno o di sera, eleganti o sportivi, sono la soluzione per essere sempre al top in ogni situazione!



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lunedì 21 settembre 2015

Flavia La Rocca: Designer emergente dalle diverse combinazioni


Tenacia, curiosità e creatività sono tre delle caratteristiche principali che ritroviamo nella personalità di Flavia La Rocca. La designer romana, infatti, mostra un carattere deciso, forte e razionale che le permette di definirsi con orgoglio una stilista autodidatta. Si è laureata in Scienze della Moda e del Costume all’università La Sapienza di Roma con una specializzazione nel settore economico-manageriale, un po’ perché pensava che non sarebbe mai riuscita a diventare una stilista, un po’ perché voleva distaccarsi dalla tradizione familiare e da tutto quello a cui era stata abituata a conoscere fin da bambina. Cresce, infatti, in un ambiente familiare di sarti, tanto che dalla madre e dalle zie apprende l’arte della moda, la creatività, la manualità e le misure legate ad essa: il cuore del taglio e cucito. Così, dopo aver completato gli studi universitari con voti eccellenti, decide di trasferirsi a Milano per trovare un impiego nel campo della moda. Il lavoro non tarda ad arrivare e quasi da subito vi è un posto anche per lei nell’ufficio stampa di importanti aziende come quella di Valentino e Prada. Tuttavia, ben presto, Flavia si rende conto che questa non è la sua strada e che deve fare qualcosa per cambiare il suo percorso, che deve dare una svolta alla sua vita, deve trovare qualcosa che la appaghi e la renda veramente felice. Così decide di lasciare il lavoro sicuro nell’ufficio stampa di Prada per intraprendere un lungo viaggio intorno al mondo al fine di ritrovare se stessa e l’ispirazione di cui sente tanto il bisogno. Arriva fino in Cina, scopre culture e luoghi nuovi che andranno ad incidere positivamente sul suo percorso di ricerca. Infatti, ritornata in Italia, ha le idee chiare per la creazione di un nuovo progetto di vita, creatività e lavoro. Vorrebbe far arrivare le sue idee ad un pubblico esperto del fashion, ma ancora di più a tutti coloro che non hanno nessun legame con la moda e che, invece, grazie alle sue creazioni, possono scoprire questo mondo e farlo proprio. Si interessa al mondo del riciclo, all’ecosostenibilità ed alle nuove tecniche che la tecnologia contemporanea offre per creare qualcosa di innovativo. Nel 2013 entra a far parte anche lei del progetto di Vogue Talents ottenendo ottimi risultati sin da subito. Infatti, idee, creatività, innovazione, un progetto ben definito e caparbietà saranno tutti elementi fondamentali e caratteristici della sua prima sfilata presentata alla Fashion Week di Parigi, fino a raggiungere anche Londra e Milano. La sua prima collezione propone degli abiti che, a loro volta, propongono dieci moduli intercambiabili che si compongono e scompongono facilmente in modo tale da creare e ricreare diversi modelli ed abiti con gli stessi pezzi. È come se Flavia volesse affidare le basi della sua creatività a colei che indosserà questi capi e la lasciasse libera, a sua volta, di esprimere la propria e personale creatività, fantasia e visione della realtà e del concetto di moda.                                                
 Ovviamente con il tempo e l’esperienza ha migliorato le sue collezioni creative e, ad esempio, ha capito che era meglio sostituire le bande elastiche utilizzate nella prima collezione, con le zip della seconda, con l’intento di agevolare la composizione e scomposizione di questi abiti che, come i lego per i bambini, ci permettono di giocare con la nostra immaginazione e i sempre e nuovi modelli da indossare. Ma ciò che stupisce maggiormente è il fatto che siano tutti tessuti ecosostenibili, ottenuti grazie al riciclo di materiali che, probabilmente, mai nessuno avrebbe immaginato di indossare: quindi abiti fatti con plastica riciclata dalle bottiglie o carta di giornali, e non solo. Se nel mondo della moda questa produzione ha ottenuto un ottimo successo tanto che Milla Jovovich ha appoggiato il suo progetto indossando i suoi capi e mostrandoli in pubblico, dall’altro lato abbiamo una società contemporanea forse ancora non pronta a capire queste nuove dinamiche ecosostenibili che riescono a far incontrare moda e ambiente che, fino ad ora, sono stati sempre percepiti come i due poli opposti. Si tratta di capi con un certo valore d’acquisto, infatti, un cappotto della sua collezione può costare anche fino a € 550 circa, visto i costi di produzione che comporta la realizzazione di questi tessuti ecosostenibili. Ad oggi, Flavia si definisce stilista ed imprenditrice, una persona in grado di gestire ogni aspetto del suo lavoro da sola, anche ciò che riguarda la comunicazione, l’ufficio stampa e la pubblicità, fino alle vendite. La fermezza di Flavia è rassicurante e al contempo incentivante; le sue idee sono molto innovative e contemporanee; il suo progetto è molto valido e per questo merita il successo che sta avendo. Per Flavia è importantissima l’innovazione, ma soprattutto la capacità di saper fare la differenza e lei, con le sue collezioni, la differenza la fa. 





mercoledì 29 luglio 2015

Caterina Gatta - Designer emergente e affermata

La timida, impacciata e dolce Caterina si presenta come una stilista autodidatta che da bambina sognava di fare l’attrice, fino a quando, poi, non si è resa conto di essere troppo timida per affrontare un palco o una telecamera e quindi ha deciso di seguire un’altra delle sue grandi passioni, ovvero la moda. Laureata in Scienze della Moda e del Costume all’università La Sapienza di Roma, con l’indirizzo in ideazione e produzione ha capito di voler fare questo lavoro solo con il tempo, prima lavorando in un negozio di abiti vintage in concomitanza con il percorso universitario e poi, in particolare, all’età di 24 anni, lavorando per un’azienda che ricercava tessuti vintage per personaggi dello spettacolo all’estero. Infatti, durante le sue faticose ricerche, ha trovato un tessuto di cimosa risalente agli anni ’70 ed appartenuto ad Irene Galitzine, stilista-principessa molto amata soprattutto nel mondo dello spettacolo per aver vestito personaggi spettacolari come Sofia Loren, Elisabeth Taylor o Jackie Kennedy. Da qui nasce in lei una vera e propria passione per i tessuti vintage di importanti stilisti, ma soprattutto comincia una ricerca sfrenata di questi stessi tessuti, con l’intento di collezionarne il più possibile. Così, in pochissimo tempo, ha trovato tessuti di importantissimi stilisti come Fausto Sarli, Gianni Versace e Gianfranco Ferrè a Roma, Ken Scott a Londra, Christian Dior, Pierre Cardin e Yves Saint Laurent a Parigi e poi anche tessuti di Lancetti, Valentino, Givenchy, Ungaro, Andrè Laug che, tra le lamentele della madre, custodiva gelosamente nella propria casa. Lavorando come assistente per una giornalista di moda e, successivamente, come P.R. per un’agenzia di Los Angeles, scopre il mondo della settimana della moda, ne comprende il valore, il lavoro del backstage e l’importanza che questo mondo fatato fatto di moda sta acquistando sempre di più per lei. Quindi decide di dare vita a questi tessuti e di valorizzarli creando degli abiti dai tagli semplici e moderni, ma soprattutto della sua taglia, in maniera tale da poterli indossare lei stessa nel momento in cui non fossero piaciuti. Grazie all’agenzia americana per cui lavora, ottiene la possibilità di presentare i suoi abiti alla Fashion Week di New York dove, si sa, l’interesse per i giovani talenti è maggiore e dove, appunto, viene molto apprezzata. Tuttavia, come per molti altri giovani talenti, all’inizio niente era facile e, in Italia, molti erano coloro che non rispondevano alle sue mail, che non apprezzavano il suo lavoro o che le applicavano delle forme di discriminazione a priori solo perché era una stilista emergente e non affermata. Ma Caterina, con il suo fisico mingherlino e la sua vocina tremolante, mostra ugualmente un caratterino e una tenacia molto forti. Non si ferma davanti a nulla ed è come se ad ogni risposta negativa ricevuta trovasse ancora di più la spinta e l’entusiasmo di andare avanti e la voglia di farsi notare. Passano i mesi e una sera, finalmente, riesce ad avere la mail della direttrice di Vogue Italia, Franca Sozzani. Caterina è titubante ed impaurita, ma al contempo sa che non può mollare e che deve fare sentire il suo grido, il grido di una giovane donna amante della moda e del vintage che vuole mostrare la sua passione al mondo del glamour e non solo. Così Caterina manda quella mail che, in pochissime ore, riceve risposta e tanti apprezzamenti. Quella mail e il lavoro con la Sozzani rappresentano un vero e proprio punto di svolta nella sua vita, sia personale che professionale, tanto che nel 2009 le permette di essere lanciata nel mercato da Vogue Talents come uno dei nuovi talenti emergenti tra i giovani stilisti italiani. Ma ciò che ancora di più caratterizza il lavoro e lo stile di questa fashion designer emergente è la capacità di confrontarsi continuamente con un tipo di creatività vincolata dalla quantità di tessuto vintage trovato, che spesso non supera i venti metri di lunghezza, e la continua proiezione che dai tessuti del passato porta alla contemporaneità e al futuro, attraverso tagli e linee estremamente attuali. Si mostra innovativa nell’essere una stilista capace di mettere sul mercato tessuti di altri brand molto famosi da cui contemporaneamente trae visibilità, ma che nello stesso tempo modella secondo il proprio gusto, senza farsi influenzare dallo stile della stoffa. Sono creazioni e abiti caratterizzati da stampe, che al 100% rientrano nel concetto di Made in Italy, sia perché realizzati in Italia sia perché venduti con lo scampolo di cimosa firmata che permette di attestare l’originalità del tessuto e la sua provenienza. Poiché non è sempre stato facile trovare questi tessuti vintage e soprattutto le giuste quantità per realizzare una collezione completa, Caterina si è dovuta approcciare anche ad un altro tipo di produzione. Oggi, infatti, le sue nuove collezioni presentano abiti realizzati con tessuti non solo vintage, ma assolutamente innovativi. Sono capi d’abbigliamento caratterizzati da cinque strati di seta pura al fine di renderli rigidi al punto che è come se fosse il corpo a dover seguire le linee semplici del vestito e non viceversa. Questo, però, comporta moltissime difficoltà durante il momento della loro realizzazione perché gli abiti diventano molto pesanti e di conseguenza anche molto costosi. Proprio per questo motivo, all’inizio non riusciva a trovare nessun investitore pronto a finanziare economicamente questi progetti e quindi, pur di non mollare e avendone anche le possibilità, ha deciso di lanciarsi sul mercato finanziando lei stessa la sua collezione e diventando lei stessa un trampolino di lancio per sé. Dalle parole della Gatta si intuisce facilmente l’amore e l’emozione che prova per quella passione che si è trasformata in lavoro, tanto che è lei stessa ad occuparsi di tutte le fasi che lo riguardano, dalla creazione all’ufficio stampa, dalla gestione degli ordini fino ai pacchi per le spedizioni: Caterina Gatta è un vero portento, un esempio per tutti.











lunedì 13 aprile 2015

5 pezzi cult che non possono mai mancare nel guardaroba di una donna!






1. TUBINO NERO: ha 100 anni ma non li dimostra, infatti è nato nel 1926 nella famosa sartoria di Coco Chanel ed è un vero capo-trasformista, un'ancora di salvezza per chi non sa mai decidersi. Semplice, ma sempre chic: sa passare inosservato quando serve o diventare irresistibile nelle occasioni più glamour.






2. JEANS: chi non li possiede?? ribelle, avventuroso e indistruttibile, nasce in America nel 1853 per affrontare i lavori pesanti, diventando, nel corso del tempo, un pantalone simbolo del tempo libero. Ha subito tutte le mutazioni possibili dettate dai capricci della moda, fino a trasformarsi anche in qualcosa di veramente lussuoso. A ciascuna il suo!!




3. TRENCH: nacque per proteggere i soldati durante l'inverno; fu un magnifico interprete nel film Casablanca e diventò un vero e proprio segno di riconoscimento dei più celebri detective. Da quando le donne se ne sono impossessate è diventato un classico del loro guardaroba, da indossare non solo sotto la pioggia, perché mai fuori moda e mai fuori luogo!




4. CAMICIA BIANCA: fresca, aristocratica e senza pretese, ispira un certo senso di pulito. Già nota all'epoca dei romani,con il passare del tempo, assumerà un'importanza sempre maggiore. Una camicia bianca non è mai uguale a se stessa: in cotone, in seta, romantica, sensuale o estrosa in base all'umore!

           


5. UNA T-SHIRT: multicolor o alla marinara, tinta unita o disegnata, se ne possono collezionare a centinaia. Personaggi come Marlon Brando, Jean Paul Gaultier e Giorgio Armani ne hanno fatto un vero elemento distintivo della loro persona, altri, invece, la usano anche per lanciare messaggi o richieste come fosse un manifesto: per tutti rimane il pezzo più facile e comune da indossare all'istante.




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venerdì 30 gennaio 2015

La Carrie Bradshaw di Eric Daman - The Carrie Diaries -

« Prima del sesso, prima di New York, prima di “Sex and The City”, c’ero solo io : Carrie Bradshaw di Castelbury, Connecticut ».

È con queste parole che la voce di Carrie apre ogni puntata della serie tv americana The Carrie Diaries. Questo titolo, così come la trama, sono tratti dall’omonimo romanzo di Candance Bushnell ed è una sorta di prequel riadattato della serie di grande successo ‘Sex and The City’ ideata da Darren Star, ma con evidenti discrepanze che personalizzano e distinguono questa serie da quella già nota. Infatti, ad esempio, Carrie negli anni ’80 raccontava la sua storia e i suoi pensieri su alcuni diari che le aveva lasciato la defunta madre, mentre nel 2000 lo fa tramite un portatile di ultima generazione. Si racconta la storia di una giovane Carrie Bradshaw che dalla piccola cittadina di Castelbury, nel Connecticut, dove è nata, muove i primi passi verso Manhattan e il sogno della Grande Mela. Siamo nei primi anni ’80 (precisamente nel 1984), in un periodo caratterizzato da grandi fermenti sociali, dove i giovani sono finalmente liberi di esprimere la propria personalità e di abolire tutti quei taboo che, fino a quel momento, avevano creato una situazione di stasi in più ambiti e problematiche varie. Adesso si parla liberamente di sesso, droga, omosessualità, divorzio, AIDS (tutte problematiche trattate anche nella serie che colpiscono e caratterizzano i personaggi). New York, la grande città, si fa anticonformista e, quindi, portatrice di questi sentimenti. 
Per Carrie inizialmente la vita scorre tranquilla tra i banchi di scuola con i suoi vecchi amici di infanzia, Mouse, Walt e Maggie, una famiglia che ama, il padre Tom e la sorella Dorrit (anche se ha vissuto da poco il trauma della madre morta a causa del cancro) che, per lei, rappresentano un vero e proprio porto sicuro in entrambe le stagioni, e un ragazzo di nome Sebastian Kydd con il quale, dopo un inizio burrascoso, successivamente, troverà il suo equilibrio e le sue certezze.
Nel momento in cui il padre le propone di fare uno stage (già dalla prima puntata) nell’ufficio di un suo amico avvocato di Manhattan, per Carrie si aprono le porte di un mondo nuovo che la introducono direttamente in quel sogno che, fin da bambina, aveva immaginato nella città di New York e nella possibilità di costruirsi una vita in questi luoghi, tra il glamour e l’imprenditoria, tra il mondo del lavoro e quello sfavillante e irresponsabile della moda e della vita notturna fatto di sogni e realtà (“…è facile affezionarsi a qualcosa che ami, e io mi ero affezionata a questa città!” – Carrie, 2x03). Ma la dolce e giovane Bradshaw non sa ancora che questa città le cambierà la vita per sempre. Infatti, proprio durante il suo primo giorno di lavoro, incontra la scoppiettante Larissa Laughton, style director della rivista Interview Magazine, che impazzisce letteralmente per la borsa di Carrie, firmata Mark Cross, tanto da volerle dedicare un intero servizio fotografico e alcune pagine della sua rivista. Carrie accetta subito la proposta sia perché questo le permetterà di entrare velocemente a far parte di quel mondo fashion che lei tanto sogna, sia perché quella borsa rappresenta il legame oltre la morte con la madre che le consente di mantenerne vivo il ricordo.
Da subito è evidente l’importanza che acquista quella borsa per Carrie, prima dal punto di vista affettivo: era la borsa della madre che, a causa di un dispetto fattole dalla sorella, si era sporcata di smalto bianco e che Carrie, dopo un primo momento di sconforto, aveva deciso di ridarle nuova vita trasformando quella macchia dispettosa in un elemento artistico, fashion e personale; e poi nessuno avrebbe mai potuto avere la sua stessa borsa, nonché il giusto trampolino di lancio in questo mondo fatato fatto di moda. Da qui si dà il via alla sua storia.
Carrie (AnnaSophia Robb) ha solo 16 anni ed è una ragazza brillante ed ironica, curiosa ed amante della vita e della moda, presente con la famiglia, con gli amici e nell’amore; insicura e soggetta ai suoi pensieri, ma nello stesso tempo è saggia e ha una maturità tale che le permette di sapere da subito cosa vuole dalla vita, ma soprattutto è determinata a trasformare i suoi sogni in realtà (lavorare un giorno per il suo magazine preferito, ovvero Interview) ed è pronta a crescere per affrontare ogni tipo di cambiamento e tutte le nuove occasioni che le si propongono. 
Questa evoluzione è possibile notarla anche tramite il suo look che si fa sempre più stravagante e ricercato, sofisticato e maturo, lontano da quello della classica ragazzina di provincia che fino a quel momento l’aveva caratterizzata, fatto di jeans e maglioncini: pian piano sta imparando a diventare la Carrie Bradshaw che conosciamo, quella di Sex and The City.
Anche gli altri personaggi esprimono la loro personalità attraverso l’abbigliamento: a scuola Jill Thompson (Ellen Wong), detta Mouse, con i suoi abiti-divisa ci appare da subito come una dolce ‘secchiona’ determinata a primeggiare in tutto quello che fa infischiandosene anche degli affetti; l’abbigliamento di Maggie Lauders (Katie Findlay), invece, è sciatto come la vita del personaggio e la sua personalità incerta che non sa ancora cosa vuole; Walt Reynolds (Brendan Dooling) è il classico bravo ragazzo appartenente ad una famiglia borghese e i suoi maglioncini a girocollo, le camicie ed i mocassini curati nel dettaglio ne sono la dimostrazione; al contrario, Sebastian Kydd (Austin Butler), mostra tramite l’abbigliamento le due facce della sua personalità: da un lato richiama l’immagine tipica del bello e dannato anni ’80 pronto a divertirsi con il suo giubbotto di pelle e i suoi scarponcini, mentre dall’altro la dolcezza, la fragilità e l’amore contrastanti che prova per Carrie li esprime con abiti eleganti.


Donna LaDonna (Chloe Bridges) è la classica antipatica da teen drama, nonché l’antagonista di Carrie che, con le sue tira piedi (le Jens) incarna perfettamente lo stile kitsch anni’80 di Madonna e Flash Dance fatto di colori fluo ed accessori in plastica; tuttavia, alla fine della seconda stagione, si rivelerà, invece, una vera amica dal cuore grande. A casa, la sorella minore Dorrit (Stefania Owen) è nel pieno della ribellione adolescenziale e mostra il suo disagio e l’irrequietezza attraverso lo stile punk, in grande ascesa in quegli anni. 
La Grande Mela, invece, viene rappresentata con personaggi come Larissa (Freema Agyeman) ovvero la perfetta ‘working woman’ di quegli anni: svampita, esuberante e libera da qualsiasi vincolo, tramite gli abiti esprime quest’animo anticonformista, artistico e spirituale. L’idea è quella di stupire con colori sgargianti, lustrini, spalline e paillettes e per la giovane Bradshaw diventa vera guida e mentore per entrare nel mondo della moda e capirne i suoi meccanismi. Bennett (Jake Robinson) le permetterà di conoscere, anche con l’amico Walt, nuove realtà come quella del mondo omosessuale o dell’AIDS ancora poco discusse e accettate: abiti da vero dandy moderno che non teme di mostrare con orgoglio la sua personalità e sessualità. E, infine, Samantha Jones (Lindsey Gort) che entrerà a far parte della serie solo nella seconda stagione e che, sfacciata ed esuberante anche nell’abbigliamento, sarà emblema dei favolosi anni ’80 nonché la futura e già nota Samantha.
 Così la moda è una delle protagoniste principali della serie, proprio come in Sex and The City, ma se a New York (e non solo) è protagonista indiscussa e appare al centro dell’attenzione con chiari riferimenti a stilisti, stili, riviste (Interview Magazine sempre presente), tendenze, forme d’arte, performance, servizi fotografici, negozi o più semplicemente attraverso gli abiti indossati da Larissa, Carrie, Bennet e Samantha, a Castelbury, invece, appare silenziosa ma sempre presente sia nello stile di Carrie in continua evoluzione (capi anni’80 con evidenti richiami vintage anni ’60-’70 che prende dall’armadio della defunta madre), sia in quello che caratterizza gli altri personaggi: partecipa alla narrazione ed è presenza costante nei discorsi di Carrie. Inoltre, il costumista Eric Daman (già costumista di Gossip Girl) ha sottolineato l’evoluzione e la crescita dei personaggi ricreando un perfetto stile anni ’80 (lo stile street proposto da Madonna e caratterizzato da particolari abiti, jeans, top e camicette colorati e ricchi di stampe) con importanti influenze vintage, ma nello stesso tempo è come se avesse voluto rendere visibile e dare una traccia della contemporaneità della serie, sfruttando anche capi che si rifanno allo stile ed alla moda del presente. Gli abiti di quasi tutti i personaggi (soprattutto quelli di Carrie e Larissa) sono sempre ricercati e curati nel dettaglio, luminosi e colorati, carichi di paillettes e spalline, pois e righe, ricchi di accostamenti azzardati tipici di quegli anni.

La serie prosegue il suo percorso per due stagioni, ma alla fine della seconda ed ultima stagione lo svolgersi della vicenda ed i rapporti tra i singoli personaggi fanno pensare ad una chiusura definitiva della serie, come se ogni cosa avesse trovato la sua conclusione: Carrie e Sebastian si sono detti addio per sempre tra le lacrime (“Goodbye Bradshaw” – “Goodbay Kydd”), Mouse ha fatto lo stesso con West subito dopo averlo ritrovato, Walt e Bennett vivono felici e alla luce del sole il loro amore, Larissa e Harlan si sono sposati, mentre Maggie e Pete si sposeranno. Ogni cosa ha raggiunto il suo equilibrio e per il momento, purtroppo, la serie è stata sospesa, ma nei fan rimane sempre la speranza di poter continuare a conoscere i racconti e le appassionanti avventure della giovane Carrie Bradshaw.